Riflessioni sulla formazione in sicurezza sul lavoro

Non ho mai insegnato nulla ai mie studenti; ho solo cercato di metterli nelle condizioni migliori per imparare, poiché non impariamo solo per il lavoro ma soprattutto per la vita”  (Albert Einstein)

Scrivo poiché, occupandomi di sicurezza sul lavoro, intendo evidenziare che, ancora oggi esiste, a tutti i livelli e nei diversi ambiti (imprese, addetti ai lavori, istituzioni, enti, associazioni, ecc.), una diffusa disinformazione riguardo alle problematiche della formazione alla sicurezza sul lavoro.

Molti, trascurando o non conoscendo i loro contenuti, pensano che essa sia in grado di risolvere gli specifici problemi che possono presentarsi in un’organizzazione aziendale.

Ma, non dobbiamo dimenticare, ad esempio, che qualunque attrezzatura di lavoro o impianto si costruisce e funziona con e per mezzo delle persone; essa è inattiva fino a quando non interviene l’individuo: il quale se dimostra competenza e sufficiente motivazione, ma soprattutto formazione, allora i risultati del suo intervento non potranno che essere positivi.

Prima di tutto, è necessario fare una distinzione tra gli aspetti dell’informazione e quelli dell’addestramento di tipo prettamente tecnico-normativo, consistenti essenzialmente nell’acquisire conoscenze e sviluppare delle abilità e la vera e propria formazione alla sicurezza sul lavoro.

Tale formazione può intendersi come un processo orientato a far crescere la persona all’interno dell’organizzazione d’appartenenza, attraverso un cambiamento che opera a tre livelli:

  • a livello delle conoscenze, per modificare la struttura conoscitiva delle nozioni che l’individuo possiede;
  • a livello delle capacità, per cercare di attivare e migliorare le capacità di agire e/o svilupparne delle altre;
  • a livello dei comportamenti, con lo scopo di creare nell’individuo degli atteggiamenti favorevoli agli obiettivi del processo formativo.

Possiamo dunque raffigurare la formazione alla sicurezza sul lavoro come un processo che consente alle persone coinvolte di acquisire maggiore preparazione nello svolgere una mansione non solo limitatamente a maggiori conoscenze ed abilità, ma, soprattutto, grazie all’acquisizione di una maggiore consapevolezza del proprio ruolo e del proprio comportamento, connessi all’espletamento della propria attività lavorativa.

Qualsiasi individuo, a prescindere dal ruolo ricoperto, per passare dalla teoria all’azione ha bisogno di sperimentare nella propria realtà lavorativa, i modelli teorici di comportamenti proposti.

Questi concetti, di validità generale in campo formativo, acquistano ancora maggiore importanza per la “formazione alla sicurezza”. I comportamenti di sicurezza, infatti vengono proposti o meglio imposti, solo da un obbligo normativo che, in quanto tale, fornisce indirizzi e modalità attuative.

A mio avviso, il problema di fondo diventa dunque quello di cambiare un comportamento imposto e spesso non condiviso, in uno pienamente accettato, in quanto la sicurezza diventa parte integrante della propria esperienza lavorativa.

Affinché un comportamento o un atteggiamento sia pienamente accettato, è, però, necessario un completo coinvolgimento degli individui nelle attività di prevenzione, applicate, non solo a livello teorico, durante il corso di formazione, ma anche a livello pratico, all’interno della propria azienda, nel ruolo normale ricoperto.

 

Non bisogna assolutamente dimenticare che il comportamento di un individuo è funzione della struttura globale ambientale, determinata sia da fattori esterni, sia da fattori interni alla propria organizzazione-impresa, come i rapporti di potere tra i gruppi, i valori interni dominanti, la comunicazione, i ruoli, lo stile di direzione, le motivazioni, ed altro ancora. Di conseguenza qualsiasi sforzo per cambiare i comportamenti e modificare gli atteggiamenti, senza tenere conto della situazione ambientale, avrà sempre un effetto molto limitato.

Tutto ciò diventa fondamentale, per tutti i lavoratori delle aziende e, in particolare, per il management,             al fine di gestire efficacemente, nel proprio ambito di competenza, i problemi connessi alla “sicurezza ed alla tutela della salute”.

Quale ruolo gioca il management in tutto questo?

Il management, deve necessariamente possedere, accanto ad una competenza di tipo normotecnico della sicurezza, anche una competenza ed una formazione specifica riguardo agli aspetti organizzativi (strategie, strutture, tecnologie, pianificazione e controllo, ecc.) e agli aspetti sociali (esigenze delle risorse umane, cultura organizzativa, comunicazione, processi decisionali ecc.) che interagiscono con la sicurezza.

Tutte queste informazioni devono esser assolutamente integrate con una conoscenza di tipo esperienziale che congiunga la sfera delle conoscenze con la sfera dei valori, dei comportamenti e degli atteggiamenti.

In definitiva, la formazione alla sicurezza per essere considerata tale e differenziarsi dalla semplice informazione, deve tradursi in un cambiamento stabile dei comportamenti e degli atteggiamenti, altrimenti non si può parlare, neanche lontanamente, di formazione.

La valutazione di un intervento formativo, pertanto, non può certo limitarsi a verificare il numero di risposte corrette su un questionario somministrato a fine corso, ma deve andare a verificare, soprattutto, se quanto appreso al corso è stato realmente trasferito sul luogo di lavoro e se ci sono state delle ricadute sull’organizzazione. Siccome queste due tipologie di verifica sono onerose da effettuare (tempo e risorse dedicate, ecc), le stesse aziende preferiscono glissare ed accontentarsi di avere il “pezzo di carta” magari stampato in carta pergamena formato A4.

La formazione alla sicurezza, sottolineo chiaramente, non può far tutto, ma può aiutare molto quelle aziende che decidono di iniziare seriamente un percorso di miglioramento. Non possiamo dimenticare, però, coloro che, per differenti motivi, ritengono che la formazione non serva granché.

Questi, possiamo suddividerli in quattro “categorie”:

I destinatari della formazione alla sicurezza che:

  • non ne sentono il bisogno o non ne vedono l’utilità, o peggio ancora, non ci credono;
  • hanno costantemente sotto gli occhi i comportamenti contrari della propria gerarchia o della direzione;
  • vengono scoraggiati da coloro che non hanno voglia di fare nulla.

I responsabili della funzione formazione che senza essere dei formatori alla sicurezza pensano che:

  • sia facile fare formazione alla sicurezza;
  • la formazione alla sicurezza si traduce nel mandare il personale ad un corso esterno;
  • fatta la formazione alla sicurezza, dopo “tutto cambierà”.

 

 

I superiori gerarchici diretti o i colleghi che:

  • non ci credono;
  • si oppongono dicendo, ad esempio, di “non potersi separare dal personale nel giorno del corso di formazione perché c’è un lavoro urgente da finire”;
  • al ritorno dal corso, accolgono i partecipanti con la solita frase: “bene, vi siete divertiti a perdere tempo ma ora è necessario ritornare a lavorare sul serio”.

I datori di lavoro che decidono e che:

  • pensano che non serva a niente;
  • pensano che la formazione alla sicurezza sia una moda che la legge obbliga a seguire;
  • sia solo un modo per spillare loro dei soldi per mantenere degli “esperti” altrimenti nulla facenti;
  • sono dell’idea che sia preferibile che il personale non pensi con la propria testa ma faccia solo quello che gli viene loro ordinato.

 

Un’altra riflessione meritano, poi, anche le modalità con cui si dovrebbe scegliere un corso di formazione alla sicurezza. La domanda che ci si deve porre, prima di scegliere quale corso di formazione alla sicurezza frequentare è: qual è il livello qualitativo che mi aspetto da questo corso?

Questo è un punto fondamentale, efficace oltre che per i corsi per datori di lavoro RSPP, lavoratori, preposti, dirigenti, previsti dagli Accordi, anche per i corsi Coordinatori Sicurezza in fase di Progettazione ed Esecuzione (CSP/CSE) o per RSPP/ASPP.

Ma come si fa a valutare la qualità di un corso?

A parere vanno considerati almeno tre parametri, ossia: progettazione, organizzazione e docenza del corso.

In termini percentuali di peso, si può attribuire:

  • il 30% alla qualità della progettazione;
  • il 10% alla qualità dell’organizzazione;
  • il 60% alla qualità della docenza.

Visto che, quasi sempre, la progettazione è fatta dagli stessi docenti, risulta evidente che il 90% del peso è in mano ad essi. Un buon docente si giudica da quello che riesce a trasmettere all’aula e non da quello che scrive o a quante conferenze o seminari, istituzionali e non, partecipa oppure dalle funzioni che riveste in un’istituzione.

Si può, infatti, essere bravissimi a scrivere articoli e a fare monologhi davanti ad una platea senza confronti e con bassissima interazione, ma essere assolutamente inadeguati come docenti formatori perché magari,     pur essendo l’equivalente della “enciclopedia britannica della sicurezza sul lavoro”, non si hanno le capacità di trasferire ai partecipanti, il bagaglio di competenze di cui si è portatori.

Concludo sostenendo, che se non si riuscirà a demolire preventivamente questa cultura negativa, sarà ben difficile che un qualunque provvedimento legislativo riguardante la formazione alla sicurezza sul lavoro, possa realmente incidere positivamente sugli atteggiamenti di tutti gli attori e favorire così un concreto miglioramento degli standard di sicurezza e salute.

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